martedì 9 giugno 2009

Investimenti pubblicitari a picco




Gli investimenti pubblicitari su internet nel primo trimestre del 2009 hanno registrato un brusco calo, del 5%, rispetto all'anno precedente. La pubblicità è la prima forma di introiti dei giornali online, e la sua diminuzione va a pesare sulla crisi delle vendite dei quotidiani. Gli editori non sapendo più come evitare le perdite nel settore cercano nuove soluzioni, una delle quali è la discussa introduzione di un costo per usufruire dei giornali online o almeno di alcune loro parti . Avevo già segnalato in merito le opinioni di Rupert Murdoch nel post "Giornali online a pagamento?", e delle sostanziali differenze tra i giornali americani e quelli europei, ma se gli investimenti pubblicitari non torneranno presto a salire è probabile che molte informazioni ed opinioni che siamo abituati a leggere gratuitamente ce le ritroveremo a pagamento.



giovedì 4 giugno 2009

Il Dragone rosso non digerisce la rete




In Francia secondo l'opposizione e in Europa secondo la maggioranza dei parlamentari, non è possibile interrompere la connessione ad internet di un cittadino anche se indagato, in quanto perderebbe il vitale diritto alla parola, all'opinione e ad informarsi (vedi qualche post sotto il dibattito sulla legge HADOPI).
In Cina non la si pensa così. In occasione dei 20 anni dalla protesta di Piazza Tienanmen il governo cinese ha pensato di scatenare una censura selvaggia, colpendo principalmente intenet. Bloccati decine di siti, blog. Anche i social network sono ricaduti sotto la spada del censore. Twitter è bloccato da martedì. I repressi cittadini cinesi per comunicare e aggirare il soffocante firewall del governo, devono modificare il proprio profilo e selezionare un'altra residenza.
Ma internet è molto più difficile da censurare rispetto ai classici mass media come i giornali, le tv e le radio, e blogger cinesi riescono comunque a trovare il modo di farsi sentire. La rete è un'arma in favore della democrazia e il regime di Pechino lo sa benissimo.


mercoledì 27 maggio 2009

Lezione da John August




Mi riallaccio alla segnalazione fatta da M. Pratellesi sul suo blog per invitarvi a leggere la lezione che John August tenne nel 2006 davanti agli studenti dell'Università di San Antonio, Texas, pubblicata su l'Unità con il titolo: Essere professionisti e l'alba dei dilettanti. Il tema trattato riguarda la professionalità da ricercare nello scrivere blog per migliorare la qualità dell'informazione.
Visto che tutti siamo impegnati a mandare avanti un blog questa lezione può essere molto interessante. Chiaramente nulla da togliere al nostro prof. L. Alfonso.



Il giornale online europeo




Problemi a leggere i quotidiani di altri paesi?

Ora non più grazie alla Commissione Europea, che pochi giorni fa ha varato Presseurop il giornale online che raccoglie le principali notizie delle più importanti testate internazionali tradotte in 10 lingue tra cui l'italiano. I giornali considerati sono circa 250 tra i quali El Pais, Le Monde, The Guardian, The Financial Time, The Economist, Frankfurter Allgemeine Zeitung, New York Times e i nostri Corriere della Sera e La Repubblica.
Il sito si presenta molto sobrio e chiaro, di facile navigazione. Presenta un'area blog, un'area riservata alle fonti in cui scrive la storia e le caratteristiche dei principali giornali europei, e un'area dedicata ad approfondimenti.
Il sito è ancora in una fase di lancio tant'è che mentre scrivo il server è caduto.
Presseurop è un'ottima vetrina per le imminenti elezioni europee e un incentivo ad andare a votare.

sabato 23 maggio 2009

Cos'è l'HADOPI ?






Questa domanda è stata posta ieri dal professor Lelio Alfonso in apertura della lezione di informatica applicata al giornalismo.

Risposta.

L'HADOPI (Haute Autorité pour la Diffusion des Oeuvres et la Protection des Droits sur Internet) è l'autorità francese che si prefigge di combattere lo scambio illegale di materiale coperto da copyright per mezzo delle tecnologie di internet (P2P, torrent, ecc.). In breve è un'autorità anti pirateria. Interessante sapere che l'HADOPI è stata fondata da Denis Olivennes (nella foto in alto) presidente della FNAC, società che guarda a caso commercializza film, DVD e materiale tecnologico (è una specie di Mediaworld per intenderci).

Sviluppi.

La legge anti pirateria approvata da Sarkozy ha suscitato numerosi dibattiti ma anche azioni legali.
I socialisti francesi hanno sollevato dubbi di incostituzionalità presentando il caso innanzi al "Conseil Constitutionnel". Nel caso la legge non venisse cancellata o modificata, tramite l'europarlamentare Guy Bono ricorreranno alla corte di giustizia europea.
Il parlamento europeo si era già mosso ed espresso in merito a certe idee repressive nella discussione del "pacchetto telecom" (un gigantesco provvedimento che riformula 5 direttive sulle telecomunicazioni) con l'approvazione dell'emendamento 138 e il blocco dell'intero pacchetto. L'emendamento stabilisce che la connessione internet è un elemento di manifestazione della libertà di pensiero e non può essere in alcun modo fatto oggetto di sanzione di legge.
In Italia è stato formato il comitato anti pirateria, alla guida del professor Mauro Masi, ora direttore generale della Rai. La situazione la spiega molto bene Vittorio Zambardino sul suo blog "Scene digitali", sostenendo che il problema è di approcio al tema della pirateria da parte dei nostri governanti con l'unica volontà di reprimere, accontentando le pressioni delle grandi aziende del settore, senza basarsi su reali e approfondite indagini sociali.



giovedì 21 maggio 2009

News Blogs Video Community - The Huffington Post






Arianna Huffington è una giornalista greca naturalizzata statunitense e ideatrice del popolare blog, o meglio giornale solo online, (blog mi pare un pò riduttivo) The Huffington Post. Il 5 maggio ha vinto la XXX edizione del premio Ischia internazionale di giornalismo proprio grazie al suo sito. L' HuffPo è considerato il sito di opinione più influente al mondo.
Come si caratterizza?
Funziona come un aggregatore di news e contenitore di blog. Molti nomi famosi degli States tengono un blog all'interno dell' HuffPo, attori, senatori, scienziati ecc.
Recentemente la Huffington ha ingaggiato Lawrence Roberts, capo dei reporters investigativi del Washington Post per migliorare il suo sito, ed ha aperto un fondo di investimento per il giornalismo investigativo, per finanziare vari reporter che scrivono da tutto il mondo.
Il suo modello è vincente e continua ad espandersi, il tutto va avanti grazie ad una redazione composta da poche persone, con grande quadagno e poca spesa.
L'HuffPo è sicuramente una punta di diamante del giornalismo online americano destinato a fare scuola.

Aggiornamento 22:21 - Una mia amica mi ha segnalato un'interessante intervista fatta alla Huffington dal sito Wired, riportata su Wittgenstein. Vista l'importanza delle tematiche trattate la pubblico integralmente:

Due chiacchiere con Arianna Huffington, per Wired

Arianna, siamo insieme da un pezzo, oggi. Io pensavo che un giornale online andasse seguito ventiquattr’ore su ventiquattro. Riunioni, telefonate…

Infatti, ho una conference call tra poco, bisogna che parliamo in macchina. Ti dispiace?

Per niente. Il giornale lo fate al telefono?

Io faccio le riunioni soprattutto al telefono. Riunioni diverse con ciascuna sezione del giornale: poi i singoli caposervizio hanno molta libertà e successivamente assestiamo insieme le impostazioni di ciascuna sezione.

Ma lo Huffington Post dove si fa? C’è una redazione o è tutto decentrato, ognuno a casa sua (o in macchina)?

No, no. Abbiamo una redazione a New York, il quartier generale. E una redazione più piccola a Washington. Ma io lavoro a casa a Los Angeles: in uno studio segreto al piano di sopra, nascosto da una libreria e da un immagine dei Cardinals.

I Saint Louis Cardinals?

No, no: cardinali. Fiorentini. È un quadro. Il mio studio è dietro il quadro.

Pare lo studiolo del duca a Urbino.

Non sono mai stata a Urbino.

Dovresti. Il duca sapeva come farsi pubblicità. È vero che sullo Huffington Post le sezioni specializzate rendono di più in termini di pubblicità?

Non esattamente. Gli spazi più costosi sono sempre sulla home page, che copre tutti gli argomenti. Ma alcune sezioni sono più interessanti della politica, per gli inserzionisti.

E avete niente tipo il colonnino morboso?

Il cosa?

È uno spazio che hanno in home page i siti di news italiani, più o meno esteso: ci stanno i video curiosi, le notizie di sesso, lo strano ma vero…

Abbiamo una sezione comedy e ci mettiamo quel genere cose: video comici, estratti da programmi tv.

E i guadagni dello Huffington Post vengono tutti dalla pubblicità o da altro?

Che genere di altro? Dici che dovremmo vendere delle scarpe? Coi tacchi alti…

A-ha. Molto alti…

Molto. E anche il traffico di droga funziona.

Sì, l’ho sentito dire.

No, dai: pubblicità. il nostro modello di business è esclusivamente basato sulla pubblicità..

Cosa pensi del vostro principale concorrente, il Daily Beast di Tina Brown?

Mi piace il Daily Beast. Hanno un bel design, ottime storie. Io penso che più gente c’è online meglio è.

Che differenze vedi tra voi e loro?

Noi siamo più un giornale, loro più una rivista. Noi copriamo tutto, loro selezionano. Noi abbiamo molti più blogs, loro stanno su una scala minore. Noi produciamo molti più contenuti originali, abbiamo più reporter e corrispondenti. Noi siamo un giornale online.

Quali sono gli altri bravi che fanno il vostro genere di cose?

Talking Points Memo, Drudge, Politico. Ma il nostro genere di cose è un prodotto fatto di aggregazione e produzione di news da una parte e di una comunità di bloggers dall’altra. E quindi devi metterci anche i siti dei giornali e dei grandi gruppi, che ci si sono avvicinati venendo da un’altra direzione: New York Times, CNN, MSNBC, Wall Street Journal. Anche loro fanno news e hanno i blogs.

E come vi è venuto in mente lo Huffington Post?

Il mio socio Kenny Lerer e io decidemmo di creare quello che poi diventò lo Huffington Post dopo la sconfitta di John Kerry. Volevamo mettere assieme un aggregatore di news e un blog collettivo: cominciammo con 500 blogger, ora ne abbiamo 3000.

Ma volevate fare giornalismo o politica?

Giornalismo, è sempre stata una cosa di giornalismo.

Non vi interessa influenzare la politica?

Sì, ma attraverso il giornalsimo. Non attraverso l’attivismo. C’è una differenza. Vogliamo fare del giornalismo che abbia dei risultati. Significa per esempio che cerchiamo di restare fedeli a un’inchiesta, di non lasciarla morire. I media tradizionali trovano una notizia e poi la abbandonano rapidamente. Ma per ottenere dei risultati bisogna perseverare su quella storia fino a che la gente non è stufa.

Ma all’effetto che fanno le vostre cose a Washington ci penserete…

Io non sto a Washington: vivo a Los Angeles e vado spesso a New York. A Washington vado se serve, ma il mio lavoro è attraverso lo Huffington Post, non nella politica. Sulle banche siamo stati molto critici con Obama: e questo è il modo in cui lo Huffington Post si occupa di politica, mantenendosi affidabile presso i propri lettori.

È per questi attacchi che poi Obama va in giro a dire che non legge i blog…

Guarda, Obama sta facendo molte ottime cose: sulle staminali, sul piano di aiuti, sulla riforma della sanità. Ma con l’indulgenza sulle banche rischia di mettere a rischio tutta l’operazione di superamento della crisi.

Che impressioni hai dell’informazione online italiana?

A quanto sento, la convergenza è ancora in corso. Ci sono troppi ruoli separati tra le redazioni di carta e quelle online, tra i giornalisti e i bloggers, tra le varie gestioni. Hanno bisogno di integrarsi, come è successo in America: basta guardare come funzionano oggi il New York Times e il Washington Post.

Ma tu cosa pensi di tutto il dibattito sul futuro dei giornali, che comprende anche un ripensamento sulla circolazione gratuita dei contenuti giornalistici? C’è chi teorizza la necessità di trovare un modo perché chi produce news sia l’unico detentore della loro pubblicazione online…

È troppo tardi per sovvertire quello che succede in rete, e in rete non si paga per i contenuti: a meno che non parliamo di contenuti molto specializzati (come il Wall Street Journal e le sue competenze, o il porno). Ma nessuno riuscirà a cambiare il modo in cui le persone si sono abituate a raccogliere le informazioni in rete. Per questo credo molto nel potere degli aggregatori, e non credo che limitare l’aggregazione e la riproposizione dei contenuti originali sia una buona idea: se gli aggregatori lavorano bene portano traffico anche alle fonti originali. Noi riceviamo centinaia di richieste ogni giorno da parte di siti che vogliono che linkiamo le loro storie. Per avere più lettori.

L’obiezione è: se tutti i soldi vanno agli aggregatori e non a chi produce le news, poi con quali soldi si producono, le news? Se il New York Times chiude, voi poi cosa aggregate?

Guarda, adesso c’è stata una specie di tempesta perfetta prodotta dalla crisi economica e la crisi della pubblicità, ma non è che il New York Times non faccia profitti. Aspetterei a pensare che il New York Times chiuderà. E poi ci stiamo muovendo verso molti potenziali modelli diversi: io credo che l’informazione sarà prodotta da combinazioni di enti commerciali e no-profit, di giornalisti, blog e citizen journalism, eccetera.

Internet non ha quindi nessuna responsabilità sul futuro del giornalismo investigativo?

Io penso che le ipotesi sulla morte dei giornali siano molto esagerate e trascurino gli enormi spazi di innovazione che ci sono nel futuro. Ma non dimentichiamo anche che il giornalismo investigativo tradizionale ha avuto di recente i suoi bei fallimenti: ha fallito sulla guerra in Iraq, quando ha fatto da cheerleader all’amministrazione Bush e trascurato di fare inchieste che andavano fatte, o non ha dato loro lo spazio che meritavano. Dopo di che di nuovo i giornali hanno mancato del tutto di prevedere la crisi finanziaria. E sono due.



martedì 19 maggio 2009

Giornalionline: Americani ed Europei a confronto





Gli americani sono avanti di 5 anni.

Perchè?

Hanno molti più lettori online e in generale molto più mercato, grazie all'ampia diffusione a tutti i livelli sociali e geografici di internet e della banda larga. Di conseguenza molto prima di noi hanno sviluppato tecniche più raffinate e organizzazioni differenti. Fondamentale da ricordare la fusione in un unica redazione tra l'online e il cartaceo.

Aprendo la pagina web del New York Times si notano immediatamente 2 cose: i pezzi sono firmati (quindi dietro vi è un lavoro di rielaborazione della notizia da parte del giornalista, contro l'aggregazione di takes di agenzia nei giornali europei); opinioni ed editoriali appaiono in bella vista sulla destra e si riesce chiaramente a distingurli dalle notizie, secondo le regole del giornalismo.

Altra caratteristica è l'ipertestualità, ogni notizia è corredata all'interno del testo da link che rinviano ad un argomento correlato trattandone in modo esaustivo, mostrando tutti gli articoli inerenti pubblicati all'interno del sito stesso e in altri siti e una overview completa il quadro facendo il sunto del particolare argomento.
Su "La Repubblica" ad esempio, l'ipertestualità è utilizzata unicamente in riferimento ad altri articoli pubblicati all'interno del sito, c'è un breve elenco degli articoli correlati sempre situati all'interno dello stesso sito e non esiste nessuna overview che spieghi il tema trattato. Stessa cosa vale per l'inglese "Guardian" e il francese "Le Monde".

Forse tra 5 anni anche in Europa, quando aumenteranno gli utenti e i lettori di news online il giornalismo in rete raggiungerà gli attuali livelli americani, ma ho il presentimento che gli americani all'epoca saranno nuovamente avanti di 5 anni.

Aggiornamento ore 19,27 - Sul sito WikiLeaks, (sito anonimo che pubblica notizie che i governi non vogliono divulgare) è apparso per intero il rapporto del consulente Francesco Caio incaricato dal governo di studiare il futuro della banda larga in Italia. Caio denuncia che nei prossimi anni gli investimenti privati non cresceranno a ritmo sufficiente a soddisfare la domanda e suggerisce un intervento pubblico per raggiungere tutte le famiglie e per favorire gli investimenti.
A questo punto speriamo che l'Italia non perda troppo terreno anche nei confronti dell'Europa.


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